Prima di diventare un uomo, sono stato un bambino ad Acri

di Angelo Bianco

Acri è un paesino giù al sud, terra di n’drangheta ed analfabetismo sociale solo per chi non c’è mai stato, come una mia paziente che mi chiese di dove fossi e io “Acri, vicino Cosenza” e lei “ah, pensavo fosse italiano”.
Sono tornato al mio paesello, in viaggio con Elisa e, mano nella mano, ero anche io il bambino.
“Vedi quella porta, giocavamo a pallone” e lei “ma papà è la porta di un bar”, ok, prima però era la porta, io ero Zoff, Totonno era Boninsegna e Carmine era quello che picchiava, difensore.
È una storia semplice.
Acri era un paese piccolo, c’era tutto e quello che mancava lo costruivamo tra fantasia e molta fantasia e quello che non c’era, non era necessario.
Il calcio per strada era la saracinesca di un garage e un super santos, il campo da tennis lo abbiamo disegnato nel cortile del liceo.
Volevo farle vedere dove sono stato a scuola. Le elementari, il liceo sono imprigionate dai calcinacci, la cultura cade a pezzi, non i miei ricordi.
Il mio primo giorno di scuola, è da libro cuore.
Mio papà, pover’uomo, era immobilizzato tra un fascio di fiori tra le mani e una presa di juidoka che gli stringeva le gambe, ero io che non avevo alcuna voglia di entrare, avevo 5 anni.
Non mi sono mai pentito di aver poi mollato la presa, sarà così anche per Allegra, preparo i parastinchi.
La sig.ra Caligiuri era la nostra unica maestra, non ne servivano di più. Aveva solo due regole, la prima era “si fa come dico io” e la seconda “vedi la prima” e non ne sono mai servite di più, siamo in 23 a ricordarla con affetto e a ringraziarla.
Il liceo l’ho scelto perché è stata mia madre a sceglierlo, è stata un’equa distribuzione, mio fratello allo scientifico, mia sorella alla ragioneria e io non avevo che il Classico, la scuola più difficile, così si narrava.
È stata un ottima scelta, mia madre c’ha sempre visto giusto.
Quando sento blaterare che il Classico è una scuola senza più un futuro non capisco di quale futuro si parli se si vuole declassare l’origine del sapere, il latino, il greco, la filosofia.
Transeat.
Ho rivisto Peppe, Teresa Mascaro, Valerio Curto, Carolina Calipari, tutti quelli hanno resistito alle sirene del nord, persi per anni, non importa, sono amici, li ritrovi in un attimo, non sono like.
Ho visto parcheggiato un Si, pensavo fossero esposti ormai solo al Moma.
“Eli, quello era il mio motorino”.
Il mio era grigio, bellissimo, l’ho preferito al Ciao, bisognava pedalare per accenderlo e occhio alla levetta che significava riserva, non ricordo quante lire servissero per un pieno, forse perché non l’ho mai fatto, un litro non di più, appena sopra la levetta e poi di nuovo miscela, rifornimento da pompare, da Branca, Agip, e chi se lo scorda.
Oggi ci sono gli scooterini, arnesi elettronici senza cuore e chissà poi perché usiamo gli inglesismi noi che agli inglesi quest’anno gli abbiamo fatto un culo così.
Acri non mi ha permesso un sogno soltanto ma è stata pigrizia.
Io volevo suonare il pianoforte ma il capobanda, “mastru” Stumpo, suonava la tromba e allora o imparavo a soffiare o a viaggiare per Cosenza, dove c’era la scuola.
Angelo Guido, un mio amico, è stato meno pigro, io lo ammiravo quando suonava l’organo nella chiesa di San Domenico, io facevo il chierichetto a Don Nicola e soffiavo solo per spegnere le candele. Oggi Angelo è un concertista e insegna al conservatorio, lo chiamerò, in casa ho il pianoforte e la scuola è a due passi, forse da anziano vinco la pigrizia.
Stamattina ritorniamo a Carrara, “papà, acri è bellissima, Ambra e Vittoria, le mie amichette mi mancheranno, torniamo l’anno prossimo?”
Amore mio, io non sono mai ripartito davvero.
Se sono diventato un uomo è perché sono stato un bambino felice in un paese irripetibile, Acri.
Acri è giù al sud, è Magna Grecia ma è Italia, è terra di cultura e di sacrificio, venite a trovarci e non credete a quelli che dicono che vi rubiamo i Rolex, noi trattiamo da sempre roba più preziosa, sono le salsicce, le soppressate, le polpette.
Usate gli Swatch.
Ciao Acri, a presto❤️