LE “MASCHERE” NELLA SOCIETÀ: PAURA D’ESSERE.

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DI ALESSANDRA GALLO

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.” (Luigi Pirandello)

Per poter passare all’argomento che quest’articolo vuole trattare, è doveroso fare una premessa sull’autore in questione: Luigi Pirandello.                                                                                                   

Egli è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1934. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è considerato uno dei più importanti drammaturghi del XX secolo.                                         

Ho deciso di scendere in campo con questo autore non solo perché è da sempre tra i miei preferiti, ma soprattutto per il suo essere attuale nella nostra società.

Come si può ben notare infatti, i romanzi di Pirandello rispecchiano quello che accade all’uomo contemporaneo, spesso restio a mostrarsi per quello che è, difficilmente limpido e puro nelle relazioni con l’altro. Oggi come allora l’umanità si trova nella stessa situazione: vivere frequentemente un alto grado di menzogna,  ideando stratagemmi macchinosi per ottenere risultati, avvalendosi di atteggiamenti fittizi che possono nascondere i veri interessi.         

 L’onesto, nella stragrande maggior parte dei casi, arriva per ultimo, è viene definito come “lo sconfitto” dato che fatica di più per arrivare a destinazione; meglio allora indossare una maschera messa a punto per la situazione che possa rendere il percorso più agevole e meno accidentato!

Così accade oggi anche nelle relazioni interpersonali: Pirandello ci insegna che essere noi stessi, molto spesso, implicherebbe accettare il peso del confronto, dibattere, affrontare conflitti e sperimentarne i danni, mettere in discussione le proprie idee con il pericolo che vengano demolite. Da ciò deriva che l’uomo trova più facile e meno rischioso occultare il proprio volto dietro una maschera, vivere ai margini della mediocrità, senza abbracciare apertamente alcuna posizione. Chi non si mostra non ha il pericolo di perdere, dato che appare inattaccabile su ogni fronte. Chi non si mette in gioco non può stabilire autentici legami con l’altro, ma allo stesso tempo è in grado di adagiarsi sulle piume della quiete quotidiana.

Pensiamoci bene, la crisi che investe i personaggi di Pirandello, il loro essere dei “disadattati”, essere considerati diversi, sempre alla ricerca di se stessi, imprigionati in forme e situazioni che non sentono peculiari a sé non è poi quello che imprigiona anche l’uomo contemporaneo?           

  Si direbbe che la realtà attuale, purtroppo, non sembra offrire una visione più rosea: costretto e gettato in un mondo mutevole e dall’esponenziale velocità, l’uomo si trova a sottoporre sé e il prossimo a continue rivalutazioni, a mostrarsi diversamente nei vari contesti per poi chiedersi, come il personaggio pirandelliano, alla resa dei conti: “Chi sono io? Quale delle infinite figurazioni di me stesso? E gli altri come mi vedono?”                           

Si pensi anche soltanto alle innumerevoli circostanze che ogni persona si trova a vivere nella propria quotidianità: dall’esperienza lavorativa alle relazioni con gli amici; è sempre sé stessa oppure si scompone, si “frantuma” in un’individualità diversa, in una, cento, mille maschere difronte ad ognuno di loro? Non trovate triste una situazione in cui un individuo si senta costretto persino con i conoscenti ad indossare maschere che possano risaltare i pregi caratteriali, sforzandosi di mostrare il lato migliore e via dicendo? Viviamo in un mondo in cui le maschere ci appaiono quasi necessarie per fronteggiare situazioni, in un mondo dove si ci sente costretti a nascondere la spontaneità, in una realtà in cui il modo con cui andiamo a creare delle relazioni non permette facilmente di acquisire la conoscenza di chi ci sta attorno e di contro nemmeno di noi stessi. Ci illudiamo di comprendere appieno chi è di fronte a noi, fino a quando un qualcosa  fa crollare immancabilmente il castello di carta che avevamo creato. Non ci resta così che raccogliere i cocci della casa, per iniziare una nuova costruzione. O forse no?

Non è forse arrivato il momento di abbattere tutti questi muri? Permettendo così all’uomo di liberarsi da questa sua paura di “non essere abbastanza”? La società non dovrebbe forse dare più sicurezza? Sicurezza nel non lasciarsi sopraffare dalla paura, di farsi accompagnare sempre dal coraggio e vivere mostrando il lato più vero di se. Ogni individuo ha la sua personalità, le sue capacità, le sue idee ed i suoi progetti, questo non va assolutamente represso in alcun modo.

“Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose!”

Come diceva Pirandello ognuno di noi ha dentro un mondo di cose, che vanno mostrate, devono diventare per tutti l’arma per poter combattere la paura. L’uomo deve porre fine a questo processo di adeguazione alle masse, eclissare le proprie idee per seguire quelle altrui, perché? Perché non dare voce alla dea personalità? Non abbiamo forse dormito fin troppo? è ora di svegliarsi, è ora di una svolta.

Nel dar voce al mio pensiero, ci tengo a lanciare un messaggio per chi leggerà: Scopriamoci, andiamo alla scoperta di noi stessi. Iniziamo ad esplorare il nostro essere, portiamo avanti ciò che siamo, ciò in cui crediamo, usiamo ciò per poter stare bene. Vi lascio con una mia frase, una frase un po’ motivazionale: “Non devo vivere nell’ombra di nessuno, sono io il mio sole.”

La paura si sconfigge, sentendosi liberi d’essere!

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