Elena cara, che dolore lasciarti andare

DI ANGELA MARIA SPINA


La tua drammatica scomparsa in queste ore è inaccettabile, ha spezzato e lacerato una giovane famiglia e i tuoi familiari; ha colpito e commosso una comunità sbrindellata, chiamandoci comunque a fare i conti con un dolore sordo e cupo: una vita spezzata, interrotta troppo presto; è la (tua) assenza attraverso cui guardare al senso esistenziale del nostro umano vivere e morire.

Non potrà mai esserci consolazione alcuna al vuoto incolmabile che la tua breve vita ci ha lasciato. Cristallizzata nella bellezza del tuo volto, resterai immobile nella tua giovane immagine sorridente, e rinnoveremo guardandoti ogni volta, tutta la disperazione per la tua assenza.

Per me resti impressa tra quei banchi disposti a semicerchio, lì dove ti ho lasciata, con i tuoi occhi scuri e il tuo sorriso dolcissimo, adolescente curiosa, desiderosa di vita che adesso incontra l’abbraccio sconsolato di queste mie inconcludenti parole, con le quali ho deciso di salutarti in queste ore tristissime; forse per rispondere al bisogno prepotente che ridefinisce tutte le nostre vicinanze di quel tempo, che adesso solcano le orribili distanze della tua crudele perdita.

Accade sovente che le persone anche quelle incontrate o conosciute fugacemente, trovino un modo per saper diventare memoria, forse specchio delle nostre stesse vite, essenza importante e definita di concitate emozioni, magari proprio quelle intercettate a scuola; e poi in momenti di profondo sconcerto, impensabili come quelli di queste ore, affiorino nitide e indelebili, affinate dalla prepotenza con la quale in totale commozione ho l’urgenza di tributarti un saluto.

Così le immagini di te, si affastellano una su l’altra, ritornano indelebili, e urlano la necessità di essere trasformate in parole, per dare un inconsistente sollievo al dolore acuto ed alla commozione per la tua perdita. Sollecitano pensieri, immagini, ricordi e memoria, quasi per non volerti lasciare andare via.

Diventa allora orribilmente difficile ritrovarti inerme e fredda, tu intensa e bellissima donna e madre ebbra di vita, generatrice fiera e orgogliosa di altra vita, che indomita hai immaginato possibile accarezzare il presente per proiettarti nel tuo futuro, lanciata a sostenere i tuoi sogni ad affrontare la vita in una terra ostile e ingenerosa.

La tua Elena è per me la memoria dolcissima di una giovane ragazza degli intensi occhi scuri, a cui ho insegnato forse a guardare e scoprire un segmento di mondo e di vita nei sogni insaziabili d’irrefrenabile e sensibile adolescente. Tu sei lì Elena cara, che mi guardi ancora con quegli stessi occhi intensi, mi sorridi e mi/ti promettevi il futuro, in un orizzonte aperto, libero e sconfinato.

I sogni dei docenti, sono quelli di provare a credere che i loro alunni saranno capaci se non di salvare il mondo meglio di come loro stessi non sono stati in grado di fare; almeno di viverla e renderla migliore quella (loro) vita, attraverso la forza dei loro sogni, delle loro buone azioni e delle idee giuste, dei loro grandi progetti, nelle loro grondanti vivide speranze e attese; in quel ciclo biologico inarrestabile e pur spietato della vita stessa in tutte le sue spropositate umane fragilità.

Volevo imprimerti forza persuadendoti che credere nella vita, dopotutto fosse un’audace scommessa, certamente non un meschino gioco d’azzardo dei visionari del futuro. Credevo di convincerti ad avere coraggio per spingerti ad osare, a coltivare attese, speranze e progetti, per un tuo tempo carico di aspettative e certamente migliore, che immaginavo per te, fosse più lungo e prodigo di equità, armonia, gravido di gioia adulta.

Perdonami se ti ho semplicemente illusa e non ho saputo prepararti agli accidenti incontrovertibili della vita, agli inciampi degli equilibri precari ed instabili dell’umano labile esistere, straripante di concitazione e rincorse, tutte troppo difficili e impossibili da spiegare, per essere comprese e evitate. Forse avrei dovuto solo spiegarti del limite e del confine dell’umano esistere, quello che tarpa le ali quando sei in volo e ci precipita inusitatamente negli abissi difficili ed oscuri della fine; quelli del dolore sconfinato che siamo sempre inabili a gestire, incapaci nel riuscire sostenere specie di fronte alle sceneggiature oscure e misteriose come la tua, che prostrano le nostre vite già perennemente in bilico.

La fiducia nella vita riposta nei semi di alunni e alunne, illude che sia possibile sfidare l’eternità e la sorte, per ripagare ognuno degli inganni, in un modo o nell’altro la speranza è che lo farà, dovrà pur essere in grado di farlo la vita, o quello che chiamano destino cieco e baro.

Ma il gioco crudele dello scommettitore sbagliato, scompagina sempre i voli e i piani: nessun altro futuro amico, carico di belle attese, che dispensa sorrisi. Il sogghigno e il salto stridente in tanta regale imperfezione.

Accarezzare personalità in erba che ribollono e sfiorano le corde vibranti, palpitanti del tempo e della stessa storia ancora da compiersi, offre questo vantaggio, beffarsi del mistero perfetto delle umane vite imperfette.

Le umane vite, azzardi spietati delle scommesse più assurde, quelle vite perennemente sospese e in bilico tra vita, morte ed eternità. Vite che diventano tutte gioco beffardo dalla breve durata dell’umano esistere; il resto accade sempre da sé e per sé, con il compimento ognuna a proprio modo della propria meravigliosa unicità e straordinarietà terrena.

Elena cara ragazza mia, germoglio splendente, colorata primula d’inverno, sei raggelata in un inverno tiepido, la più cupa stagione delle tue passioni, della tua cura e della tua sicura bellezza, e in un generoso afflato hai voluto donarci quel dono prezioso che custodiremo per te.

È dura lasciarti andare, saperti via è inaccettabile, il vuoto che lasci è già incolmabile, perciò pensarti accanto ai tuoi cari e a quanti ti hanno amata e ti ameranno, diventa un’orribile consolazione, indispensabile per onorare il tuo ricordo. Seguirai le orme dei tuoi stessi passi, e così continueremo a saperti accanto anche da lontano.

In fondo ci hai resi orgogliosi di tutta la vita felice che sei riuscita a respirare; hai saputo renderci fieri degli orizzonti che hai impresso nei tuoi grandi occhi scuri, ricchi di vera speranza e gioia.
Sul tuo viso da ragazza in apparenza timida e impacciata dei tempi della scuola, sei riuscita a scrivere la sicurezza indomita della danzatrice perfetta, che hai saputo rendersi, leggera, delicata e magnifica. Al tuo tempo imperfetto e spropositatamente veloce, hai impresso il colore dei tuoi sorrisi, il tuo profumo e lo splendido suono della tua voce, del tuo esserci stata come un dono prezioso.

Hai scontato un traguardo rapido, con la vitalità e vivacità curiosa, scrivendoci sopra la tua storia pur troppo breve, intensa ma bellissima. Tra rincorse, accelerate ed impennate, la disperata voglia di vivere ed esserci nell’impresa più estrema che hai creduto possibile.

Sei stata il chiasmo che ha liberato o imprigionato per sempre la signoria della legge dell’opposizione, inversione illogica del pensiero e del significato dell’essere, della vita nel suo esatto contrario e nella propria incontrovertibile negazione.

Adesso anche solo come dolorosissima e ardente circostanza, parlare di te, senza di te, nell’indicibile e inconsolabile dolore della tua perdita, riconosce la tua vita, nel miracolo di un’altra vita, che porta il tuo nome, in quel nome nuovo, che hai saputo generare e custodire in te anche per noi altri. Donandoci la tua generosità di giovane madre fiduciosa hai certamente voluto eternizzare la dolcezza del tuo bellissimo sorriso, strappandolo all’oscurità, per attutire il frastuono della banalità confusionaria, quella degli abissi più bui e cupi; e per definirne i limiti dello straziante urlo atono con cui ti invocheremo ancora, ogni volta che ti penseremo per sentirti sempre presente.

Ciao Elena cara. Angela Maria Spina

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