STORIA DI ACRI E ACRITANI

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>> Cenni Storici
Sorge a nord-est della Sila Greca. Bagnata dal fiume Mucone, che nasce dai monti della Sila e si perde nel Crati. Gode di un clima particolarmente salubre grazie alla favorevole posizione tra il mare Ionio e l’altopiano Silano.

Di origine incerte : secondo alcuni venne fondata dal popolo degli Osci, secondo altri dagli Japiti, secondo altri ancora dai Greci o dai Sibariti. Alcuni studiosi affermano che il nome della cittadina deriva dal nome greco Akra che significa “sommità”, altri la indicano quale Acheruntia oppure Acriris (da cui “Acris”e poi Acri). Altri, invece, rifacendosi agli scritti storici di Strabone e di Tito Livio, identificano Acri nella famosa Pandosia, presso le cui mura trovò la morte il re d’Epiro Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno.

Nel corso dei secoli Acri fu assoggettata prima dai Longobardi e poi dai Bizantini, dai Saraceni e dai Normanni. Le testimonianze che lasciarono i diversi popoli che l’abitarono hanno fatto sì che la cittadina possieda un centro storico di grande interesse per la ricchezza di palazzi e strutture architettoniche, per le numerose chiese e tesori d’arte in esse racchiusi.

Acri fu una delle comunità più importanti tra le Università demianali: fu, cioè, un Comune dal reggimento popolare e democratico, come conserva ricordo nello stemma: tre monti sormontati da tre stelle a campo azzurro, con la scritta “Montes fertiles” U.A. (Università Acrea).

Nella guerra tra Aragonesi e Angioini, parteggiò per questi ultimi e, solo per tradimento, fu presa dagli Aragonesi, che la saccheggiarono e la incendiarono. Nel 1799 per la Repubblica Partenopea innalzò l’albero della libertà in Piazza Vittorio Emanuele III, subendo poi la reazione delle truppe sanfediste del cardinale Ruffo, che operò stragi e distruzioni. Proprio in questi anni esplose nel nostro paese con particolare violenza e crudeltà il fenomeno del brigantaggio da episodi alquanto macabri (le tre caggiarole). Particolare contributo diede Acri alla causa risorgimentale, per la quale si immolò Gianbattista Falcone (Spedizione di Sapri) e si batterono i fratelli Francesco e Vincenzo Sprovieri (Spedizione dei Mille).

L’aspetto della città è caratterizzato dalla presenza di numerosi edifici del XVIII sec. Si possono visitale i ruderi del castello quattrocentesco. Di rilevo le Chiese di San Nicola che presenta una pala d’altare del XVII sec, quella dei Domenicani che ha un portale cinquecentesco e un altare barocco a mosaico; la chiesa di S. Francesco di Paola originaria del ‘500 e rifatta nel ‘700 da un bel soffitto ligneo, tombe e dipinti pregevoli. La chiesa del Beato Angelo, tardo settecentesca, con affreschi nella volta; la chiesa dei Cappuccini con tele e sculture del settecento e la Chiesa di S. Maria Maggiore di impianto medievale.


MONUMENTI E CHIESE

Il Castello

torre civica Acri

Fra i vari monumenti storici cittadini, Acri vanta un Castello fondato molto probabilmente in epoca bruzia, e chiamato Rocca dei Bruzi. È situato a controllo del territorio, al limite del territorio controllato ai tempi della Magna Grecia della potente Sibari. L’ipotesi dell’edificazione bruzia sembra ora del tutto avvalorata dagli svariati ritrovamenti archeologici datati dall’Eneolitico all’età del Bronzo finale, rinvenuti tutt’intorno alla città vecchia di Acri. In seguito fu fortilizio romano, come descritto dallo storico Capalbo in una lapide marmorea in lingua latina (rinvenuta nel 1890), con l’iscrizione “XII LEGIO”, ed inoltre un altro frammento di lapide con iscritto “Secellum Dedicatam ad Veneri”, e piccole porzioni di mosaico, probabilmente greche, rinvenute nelle vicinanze del castello. La forma del castello in origine era trapezoidale con tre torri poste nella parte più alta, e la quarta posta nel livello più basso delle mura difensive a controllo del ponte levatoio o della porta a caditoia. Le mura difensive cingevano tutta la cittadella del quartiere Pàdia compresa la chiesa matrice Santa Maria Maggiore. Nella chiesa, che fino al 1290 dalla Platea del vescovo Ruffino da Bisignano veniva descritta come “Sancta Mariae de Padiae”, sono state rinvenute durante alcuni recenti lavori di restauro, tracce di un tempio paleocristiano. Le mura di cinta del castello hanno un diametro di circa due metri nella parte più alta del perimetro, mentre le mura del livello inferiore erano descritte aventi un diametro di circa quattro metri. Visibile fino ai primi del 1900, la cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua in caso di assedio era posta a nord della torre esistente: era alta circa due piani (cioè sei metri d’altezza) e larga venti. Nel 1999 furono rinvenute nelle mura del castello parecchie monete di origine greca, tra cui alcune di Sibari, altre di Thurii, ed una sola di Crotone, ora in possesso della Soprintendenza Archeologica della Sibaritide.


Palazzo San Severino 
Appartenuto alla potente famiglia calabrese dei Sanseverino, il Palazzo Sanseverino-Falcone venne edificato a partire dal XVII secolo a cura di Giuseppe Leopoldo Sanseverino VIII principe di Bisignano. Dall’opera dello storico Raffaele Capalbo, emerge che il terreno dove sorge il palazzo era proprietà di don Fabrizio Julia, poi acquistato dai Sanseverino. Lo stesso storico afferma che il progetto fu di un architetto romano e le spese di costruzione ammontarono a settantamila ducati, escluse le spese per le decorazioni pittoriche. Tuttavia, come è stato recentemente notato, gli affreschi che raffigurano “L’allegoria del Tempo” e il “Ratto di Prosperina” (che lo storico Capalbo voleva attribuire agli artisti Zuccari da San Angelo in Vado, che vissero ed operarono dal Cinquecento fino ai primi del Seicento) appartengono invece all’artista napoletano Donato Vitale, che affrescò le sale tra il 1714 e il 1718, come ha dimostrato con documentazione valida lo storico Giuseppe Abruzzo. In quanto al costruttore dell’edificio, è certo che si tratti di Stefano Vangeri da Rogliano, famoso per i numerosi interventi ai palazzi nelle città calabresi, che operò fino al 1720, anno in cui, con buona probabilità, si occupò anche delle rifiniture del palazzo. L’edificio si erge su quattro piani, il piano terra ed il primo piano, ospitavano una sorta di corpo di guardia del principe. L’ala est del piano terra è caratterizzata da un ampio salone delimitato da pareti con nicchie (in passato abbellite da splendide figure marmoree), al centro della sala si trovano otto colonne di pietra, con capitelli di stile tardo cinquecentesco, che alcuni ritengono riutilizzate da un precedente edificio, forse una chiesa. Il secondo piano, detto anche piano nobile, dove la famiglia risiedeva, è composto da svariati saloni, dove spiccavano affreschi, che se pur in parte deteriorati sono ancora visibili. Il terzo piano, era adibito alla servitù ed alla cucina. Il Palazzo divenne dimora della Famiglia Falcone da quando il nobile Don Angelo Falcone prese in sposa la Principessa Carmela Sanseverino. Negli anni ’80 il Palazzo fu donato dalla Famiglia Falcone al Comune di Acri. Attualmente il Palazzo ospita parte del Museo della Civiltà Contadina e il MACA Museo d’Arte Contemporanea dedicato a Silvio Vigliaturo ed è in allestimento una pinacoteca cittadina.


Palazzo Padula – Acri

Palazzo Padula 
Databile al XV secolo, il Palazzo Julia fu sempre proprietà della famiglia Julia, che lo ereditò da padre in figlio. È un fabbricato diviso come altri in Acri, fu realizzato in due epoche diverse, la prima volta nel cinquecento-seicento e la successiva alla fine del settecento. Il fabbricato si erge su tre piani, e dispone di una ricchissima biblioteca, composta da oltre cinquemila volumi, con testi del 500 e del 600 e alcune rare edizioni antiche. Il Palazzo De Simone-Julia porta il nome della famiglia che lo possedeva i De Simone e dei suoi eredi, gli Julia ed è un esempio delle case “impalazzate”, presenti nel centro storico di Acri, termine con il quale sono definiti quelli edifici caratterizzati da una composizione architettonica, di tipo presidenziale, divisa su tre piani sovrapposti. Il piano terra mostra arcate a tutto sesto, destinate alla dispensa dei prodotti agricoli. Il palazzo fu edificato nei primi del seicento ed è situato nel centro storico. Antica dimora nobiliare del settecento, il Palazzo Spezzano della famiglia dei nobili Spezzano presenta interessanti aspetti architettonici, che furono innovativi per l’epoca di costruzione dell’immobile. L’interno è ripartito in locali dimensionati in modo razionale e con efficiente utilizzo degli spazi, distribuiti correttamente, su tre piani sovrapposti e collegati da una comoda scala interna. Di proprietà del poeta Vincenzo Padula, il Palazzo Padula venne edificato in una zona in origine isolata e priva di palazzi, la sua edificazione voluta dall’artista calabrese, era secondo il Padula la rappresentazione della posizione raggiunta dall’uomo di cultura acrese. Sul portale del palazzo fece scolpire due penne e un calamaio, simbolo dello stemma del suo casato. Il palazzo fu dotato di feritoie, adatte a posizionare armi da fuoco, per difendersi da eventuali attacchi dei briganti, assai frequenti in quel periodo. Interessante è il cornicione estremamente curato, considerando il periodo storico. Situato nel rione Casalicchio vicino alla casa natale del Beato Angelo d’Acri anch’essa appartenuta alla famiglia Giannone ed ora trasformata in cappella, annessa al fabbricato, il Palazzo Astorino Giannone fu abitato, originariamente, dalla famiglia Astorino, nel 1700 ed in seguito dalla famiglia Fusari. La famiglia Giannone, proveniente da Bitonto in provincia di Bari, trasformò in gran parte il palazzo, come un’antica dimora signorile di campagna. Nell’interno sono ancora presenti mobili e quadri del settecento e ottocento, ed una biblioteca composta da migliaia di volumi antichi del settecento e dell’ottocento. Ubicato nell’antico quartiere di Pàdia, il Palazzo Civitate è appartenuto fino al 1800 ad una antica e nobile famiglia, i Civitate originaria di San Marco Argentano, trasferitasi in Acri nel 1400. Acquistò anche varie proprietà fondiarie, tra cui la frazione San Lorenzo, San Lauro, Joggi, e il comune di San Mauro e Fagnano. Il Palazzo si erge su tre piani, più le cantine situate sul lato sud: del suo originario splendore purtroppo non rimane nulla, a seguito delle trasformazioni eseguite dai vari proprietari che si susseguirono, tra i quali la famiglia Giannuzzi, la famiglia Joele che ne rimase proprietaria fino ai primi del 1900. L’unica parte interessante è il portone d’ingresso con lo stemma della famiglia Civitate, rimasto come nell’antichità e tre gabbie in ferro dette caggiarole nel dialetto locale. Si tratta di antiche gabbie sistemate sul muro di fronte alla piazzetta Azzinnari, dall’esercito napoleonico, dove furono messe le teste di tre famosi capi banda dei briganti, colpevoli, secondo l’accusa, del rapimento e l’uccisione dei tre figli maschi della famiglia Civitate, fra il 1720 e il 1730. La storia popolare ci tramanda la strenua ricerca da parte della moglie di Giuseppe Civitate, Rosanna Le Pera che essendo rimasta vedova per la perdita del marito, morto dal dolore a seguito della perdita dei figli, dilapidò quasi tutte le sue fortune, nella strenua caccia agli assassini, che avvenne anni dopo la tragedia. La famiglia Civitate a seguito di ciò si estinse essendo rimasta in vita solo il ramo femminile.


Basilica Beato Angelo
Meta di pellegrinaggi è la Basilica del Beato Angelo, la cui costruzione iniziò l’11 maggio 1893. Da un punto di vista architettonico, si può ammirare il portone interamente realizzato in bronzo, del peso di 54 quintali, dove sono raffigurate, le sette virtù teologali, Gesù con i suoi Discepoli e lo stemma pontificio con l’elevazione a basilica da parte di papa Giovanni Paolo II. All’interno si contano dodici cappelle gentilizie, disposte su due file, in quella centrale è disposta l’urna interamente di bronzo e vetro a tenuta stagna, dove è riposto il corpo ricomposto del Beato. La cupola è alta ben 32 metri con due torri campanarie della stessa altezza, con campane bronzee a movimento elettrico, entrambe sono rivestite di rame, l’interno della basilica presenta volte a botte ed è interamente affrescato con scene che raffigurano i miracoli del Beato Angelo d’Acri.


Chiesa della SS Annunziata

chiesadellannunziataLa Chiesa della SS Annunziata vanta origini risalenti ad almeno il XIII secolo. Posta al di fuori delle mura di cinta dell’antico centro abitato, presenta una tipica pianta romanica a croce latina e a tre navate cui si accede dal portone centrale e dalle porte laterali della facciata: questa è caratterizzata da 6 colonne portanti e da altre quattro che occupano lo spazio superiore insieme ad una croce in pietra.
Tipico dell’arte romanica è anche il campanile, costruito in pietra calcarea come la croce sulla facciata, che si sviluppa su tre livelli ed è sormontato da un doppio sistema campanario ormai quasi completamente meccanizzato: anche l’orologio, infatti, è elettrico. All’interno si possono ammirare la linearità architettonica della struttura e i diversi fregi, molto sobri, che la caratterizzano.
Nella sacrestia è conservato un pregevole dipinto di probabile origine bizantina rinvenuto durante gli ultimi lavori di restauro: pur essendo l’unico frammento rimasto di un dipinto molto più ampio, si può vedere la Deposizione del Cristo e una parte dell’iscrizione in gotico che la illustra.


Chiesa Madonna del Rinfresco
La Chiesa della Madonna del Rinfresco venne edificata dal parroco Giacomo De Piris nel 1521 a seguito dell’apparizione leggendaria ad un’anziana signora del luogo. Secondo il racconto, la donna raccontò che mentre andava a lavare il bucato al fiume si fermò per dissetarsi e, stanca dal troppo lavoro, invocò la Vergine, che le apparve e le chiese di scavare un pozzo proprio in quel luogo per benedire quella terra che era stata bagnata da troppo sangue umano. Cento anni prima infatti la città provò proprio in quel luogo il peggior assedio della sua storia ad opera dell’esercito aragonese nel 1462, e proprio in quel luogo esisteva la Giudeica, l’antico quartiere ebraico. Sempre secondo la leggenda locale, inizialmente la donna raccontò la storia dell’apparizione al parroco, che dopo qualche titubanza iniziò i lavori: a poco più di un metro sgorgò acqua freschissima, limpidissima e abbondante; al pozzo con l’immagine della Vergine affluiva una grande quantità di popolo, dato che l’acqua era ritenuta miracolosa, e si faceva bere per prima ai bambini che erano portati in processione. Successivamente si eresse alla fine del 1540 la chiesetta, ma dell’originario splendore non rimase nulla a causa dell’incendio avvenuto a metà dell’Ottocento. La chiesa fu ricostruita ed ogni anno viene ripetuta la solenne celebrazione, con l’usanza di portare una bottiglia d’acqua ai propri cari o di berne un bicchiere chiedendo soccorso alla Madonna. Questa chiesetta è situata nei pressi del torrente Calamo e appartiene alla parrocchia di San Domenico di Acri. Costruita intorno al 1420, dai padri Romitai Agostiniani, la Chiesa di Santa Chiara, fu acquistata dal principe Luigi Sanseverino. Per realizzare il convento, che inizialmente veniva chiamato monastero di Santa Chiara dell’ordine dei cappuccini, detto delle Cappuccinelle e Poverelle di Gesù Cristo. Molti furono i lavori per migliorare la struttura, come quelli condotti nell’anno 1724. Nel 1810 le truppe francesi invasero e distrussero il monastero, e alcune delle suore preferirono morire piuttosto che affrontare le loro sevizie. A seguito dell’accaduto il convento venne soppresso e venduto al comune, che vi realizzò la prima sede municipale cittadina. La chiesa rimase invece proprietà ecclesiastica, ed è inclusa attualmente nella parrocchia facente parte della Basilica del Beato Angelo d’Acri. Si ritrovano al suo interno ai lati dell’altare lapidi marmoree che raffigurano Don Beneamino Parvolo e il Vescovo Beneaventura Sculco, entrambi sepolti in quel luogo. La data della fondazione della Chiesa di San Francesco di Paola con il suo convento non è certa, rimane comunque databile fra il XVI e il XVII secolo. All’esterno si osservano marmi bianchi e una torre campanaria di stile romanico-bizantino, all’interno sono seppelliti vari principi di Bisignano come Luigi Sanseverino e la moglie Cornelia Capece-Galeota. Nella platea del vescovo Ruffino da Bisignano del 1269 si ammira sia lo stile romanico che barocco della Chiesa di Santa Maria Maggiore; la volta un tempo dipinto per via di un incendio (del 1780) è andata perduta, ma venne poi ricostruita. Durante i lavori del 2004 e successivamente in quelli del 2007 si fecero numerose scoperte sull’edificio, che datano la chiesa al periodo protocristiano. Della Chiesa dell’Annunziata, la cui prima citazione storica è ad opera del vescovo Ruffino nel 1269, peculiare il campanile su tre piani in pietra bianca. Al suo interno si ritrovano affreschi di Raffaele d’Alvisio, nella chiesa antica ora trasformata in sacrestia, fu scoperto recentemente un affresco di stile bizantino-gotico raffigurante la deposizione di Gesù Cristo sul Golgota di artista ignoto, in basso diciture in gotico antico in parte mutilata. La Chiesa di San Nicola Ante Castillum (San Nicola di Mjra), forse edificata nei primi del Quattrocento, più probabilmente costruita intorno al X-XI secolo tale epoca è stata valutata osservando l’arco a sesto acuto di tufo, dove, in forma molto simile, è presente anche nella Cattolica di Stilo di Rossano, nella platea del Vescovo Ruffino viene menzionata la riapertura al culto dopo il terribile terremoto del 1080-1081, e la consacrazione di cinque preti di rito greco. Il 24 ottobre la sede della comunità montana ospita la 14° mostra micologica e botanica e l’inaugurazione della 1° Sezione del Museo del Fungo Liofilizzato (il primo in Italia). Di particolare interesse sono altresì, il Museo della Civiltà Contadina ed il Museo del Beato Angelo.


PERSONAGGI LEGATI AD ACRI 

Sant’Angelo d’Acri 

Nacque ad Acri il 19 ottobre 1669 con il nome di Lucantonio Falcone, figlio di Francesco Falcone e di Diana Enrico, persone di umili origini. Educato ed istruito alla vita religiosa dallo zio prete dopo vari tentennamenti, professò la professione dei consigli evangelici, mediante voti accolti dalla Chiesa. Con atto giuridico, scritto di proprio pugno affermava: “Io F.Angelo d’Acri chierico cappuccino che nel secolo mi chiamavo Luca Antonio Falcone, colla presente dichiaro e faccio fede, qualmente oggi 12 novembre 1691 ad ore 18 ho finito l’anno di Probazione, essendo stato un anno intero continuo, così ho fatta la solenne Professione nelle mani del P.Giovanni d’Orsomarso maestro dei novizi..”

Divenne frate francescano a Belvedere Marittimo, nel convento dei frati minori cappuccini. Venne poi ordinato anche sacerdote, dopo lunghi anni di noviziato, con studi teologici e umanistici. Il 18 dicembre 1694 nella cattedrale di Cosenza fu ordinato diacono e destinato alla predicazione. La sua opera di divulgazione della parola di Cristo fu colta ma svolta con semplicità per il linguaggio comprensibile a tutti, predicando in quasi tutta l’Italia meridionale: a Salerno, Napoli, Montecassino e in quasi tutte le città o paesi diCalabria quali Cosenza, Catanzaro, Taranto, Reggio Calabria e Messina.

Si schierò dalla parte dei deboli contro gli abusi e le prepotenze dei potenti, castigando la corruzione del suo tempo e denunciando con passione e accanimento le ingiustizie sociali.

È stato dichiarato beato da papa Leone XII che ordinò la pubblicazione del suo decreto di beatificazione il 9 dicembre 1825. E’ stato canonizzato da papa Francesco il 15 ottobre 2017

 


Beato Francesco Maria Greco 

Francesco maria greco Nacque ad Acri il 25 luglio 1857 da Raffaele e Concetta Pancaro secondogenito di cinque figli, di cui l’ultima la sorella Teresa diventerà la prima superiora generale dell’ordine da lui fondato.
Il padre lo vuole al suo fianco nella farmacia di famiglia, ma il giovane Francesco fermo nella sua vocazione entra in seminario e viene ordinato sacerdote il 17 dicembre, prosegue gli studi e consegue il dottorato in teologia a Napoli pur avendo l’incarico di parroco continuerà ad insegnare nel seminario arcivescovile cosentino.

Nel 1887 viene nominato parroco della Chiesa di San Nicola in Acri, qui comincia l’attività pastorale istituendo l’oratorio interparrochiale, associazioni, si fa promotore dell’apertura dell’ospedale “Caritas” in aiuto dei più disagiati e fonda nel 1894 con la collaborazione di suor Maria Teresa De Vincenti la congregazione religiosa di suore “Piccole Operaie dei Sacri Cuori”. Morì il 13 gennaio 1931 ad Acri, all’età di 73 anni.

L’8 novembre 2002 l’arcivescovo metropolita di Cosenza-Bisignano Giuseppe Agostino ha dato l’avvio all’inchiesta diocesana su una guarigione miracolosa avvenuta nel 2000 ed attribuita all’intercessione del servo di Dio Francesco Maria Greco[2]. In base ai risultati della causa di Canonizzazione e su disposizione di papa Francesco, è stato beatificato il21 maggio 2016 a Cosenza.


Giovan Battista Falcone

giovanni-battista-falconeFu l’erede di una delle più facoltose e altolocate famiglie di Acri (Cosenza): la famiglia Falcone, a sua volta erede legittima di buona parte del patrimonio della casata dei principi Sanseverino da Bisignano. La vita del giovane Giovanni Battista è fortemente legata agli ideali murattiani, che animavano i salotti e i circoli culturali meridionali fra il 1850 e il1860. I suoi ideali patriottici iniziarono fin da giovanissimo, nella scuola ginnasiale. Scriveva infatti Vincenzo Padula: «quando Ferdinando II di Borbone voleva indicare una “testa calda”, una persona cioè amante della libertà civile e dell’indipendenza della Patria, soleva dire “testa calabrese”, così come, parlando del collegio[2] di S. Adriano in San Demetrio Corone, lo definiva “fucina di diavoli”». E in questa fucina si formò il giovane Falcone, mandato nel vicino collegio a studiare, come si addiceva ad un rampollo di una famiglia di rango. “Purtroppo i suoi ideali non potevano essere tollerati e quindi il figlio (ribelle), che si voleva condurre alla vita e alla carriera ecclesiastica, fu trasferito d’urgenza nel collegio diocesano di Bisignano, ove completò gli studi prima di recarsi Napoli. Lì raggiunse il fratello Francesco, già studente di giurisprudenza, presso i fratelli Francesco e Vincenzo Sprovieri, dove incontrò i vecchi amici quali: Domenico Mauro, Agesilao Milano, Francesco Tocci, Attanasio Dramis, già intenti a preparare l’attentato contro Ferdinando II di Borbone.

Fu amico di Agesilao Milano, patriota di San Benedetto Ullano, impiccato per alto tradimento, per cospirazione anti-borbonica, il 13 dicembre 1856, di Demetrio Baffa, diDomenico Damis e di Carlo Pisacane, ideatore insieme a Giovanni Battista e Giovanni Nicotera dello sbarco fallimentare sull’isola di Ponza nel 1857 (la cosiddetta Spedizione di Sapri), tutti di fede repubblicana e seguaci delle idee di Mazzini.
Falcone, che era emigrato a Malta e negli Stati sardi, partecipò a questa tragica spedizione, finendo trucidato il 2 luglio a Sanza abbracciato assieme a Carlo Pisacane dalla popolazione locale aizzata dai filo-borbonici.


Vincenzo Padula 

V_PadulaNacque ad Acri (provincia della Calabria Citeriore, Regno delle Due Sicilie, attualmente provincia di Cosenza) in una famiglia della buona borghesia, da Carlo Maria Padula, medico, e Mariangela Caterina, donna molto colta proveniente da una famiglia di tradizione murattiana. Venne avviato al sacerdozio e studiò dapprima al seminario di Bisignano, successivamente in quello di San Marco Argentano. Dopo l’ordinazione, avvenuta nel 1843, fu nominato insegnante nello stesso seminario di San Marco Argentano. La sua più vera vocazione era tuttavia la letteratura. Nel 1845 pertanto lasciò il seminario per dedicarsi al giornalismo, partecipando, assieme a un gruppo di giovani amici calabresi antiborbonici radunati attorno a Domenico Mauro, al vivace dibattito che precedette nelle Calabrie la rivoluzione del 1848.

In questo clima maturò la sua prima opera, la novella in versi Il monastero di Sambucina (1843) dedicata a Domenico Mauro. Collaborò a Il Calabrese, un periodico in cui, oltre a Domenico Mauro, scrivevano numerosi letterati, estremisti in politica e romantici in letteratura, fra i quali debbono essere ricordati Francesco Saverio Salfi, Giuseppe Campagna,Pietro Giannone di Bisignano (18061869), Biagio e Biagio Gioacchino Miraglia. Nel 1845 venne pubblicato Il Valentino, un poema di gusto byroniano ormai perduto. In entrambi i poemetti sono molto evidenti gli influssi della moda letteraria del tempo, soprattutto di Nicolò Tommaseo e Tommaso Grossi; è molto evidente inoltre il tentativo di dipingere la società calabrese nelle sue passioni quasi selvagge. Il radicalismo di Padula e dei giovani intellettuali suoi amici era reso più estremista dalle arretrate condizioni delle Calabrie, una regione in cui, assieme ai fermenti utopistici del passato (vedi Campanella) sopravviveva la tradizione giacobina. Testimonianza dei suoi sentimenti liberali sono alcuni versi sulla destituzione del Ministro della polizia Francesco Saverio Del Carretto e sulla prima guerra di indipendenza.

Come tanti altri religiosi, Padula aderì alla rivolta antiborbonica del 1848, anche se non pare abbia preso parte direttamente ad atti violenti. Durante gli scontri, che si verificarono ad Acri tra la fazione borbonica e quella liberale, perse la vita il fratello Giacomo. Perseguitato dalla reazione borbonica, seguita alla sconfitta dei moti del ’48, gli fu tolto l’incarico di insegnamento al seminario e visse di stenti. Aprì una scuola privata, ma gli fu tolto il permesso; e fece l’istitutore presso famiglie liberaleggianti calabresi, prima presso i Ferrari a Petilia Policastro, poi a Crotone. Nel frattempo traduceva l’Apocalisse e studiava Gioberti e Rosmini. Nel 1854 si stabilì finalmente a Napoli, dove sperava fra l’altro di rendere la sua cultura più moderna e meno provinciale e di concorrere a qualche cattedra universitaria. Le speranze andarono in parte deluse; pubblicò tuttavia la traduzione dell’Apocalisse e altri versi sacri, e si legò ai pochi intellettuali rimasti in libertà con i quali si dedicò spesso alla compilazione di periodici, soppressi quasi sempre dalla censura. Fondò fra l’altro, assieme a Carlo De Cesare, Federico Quercia e Pasquale Trisolino, il periodico Secolo XIX.

Dopo l’Unità d’Italia si dedicò al giornalismo. Fondò dapprima un giornale di centro-sinistra (Il popolo d’Italia, 1861) e successivamente il periodico bisettimanale Il Bruzio (18641865), vicino alle posizioni politiche moderate di Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini. In quest’ultimo giornale, scritto quasi interamente da lui, apparvero i saggi meridionalistici raccolti successivamente in Dello stato delle persone in Calabria e il dramma Antonello capobrigante calabrese. Il 28 luglio 1865 anche il Bruzio cessò le sue pubblicazioni.

Nel 1867 fu chiamato dal ministro dell’Istruzione Cesare Correnti a Firenze, allora capitale del Regno d’Italia, come segretario particolare. Con la speranza di intraprendere la carriera universitaria, nel 1871 scrisse in pochi mesi Protogea, un’opera in cui pretendeva di rintracciare le origini semitiche della toponomastica calabrese nel mondo preistorico. Migliori prove della sua cultura dimostrò in alcune pagine latine su Properzio. Nel novembre del 1878 ottenne finalmente dall’Università degli studi di Parma la cattedra diLetteratura italiana (D.M. P.I. 13 ottobre 1878); ma vi rimase solo due anni. Tornò a Napoli nel 1881, ma, a causa delle cattive condizioni di salute, si ritirò nel suo paese natale, dove rimase fino alla morte.


 

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